martedì 27 dicembre 2011

IL REGALO DI NATALE DI UNA FRAZIONE DI MAGGIORANZA DEI CONSIGLIERI COMUNALI AI PINEROLESI: LA PRIVATIZZAZIONE DEL 40% DELL' ACEA


Nella serata di mercoledi 22 dicembre 2011 in consiglio comunale a Pinerolo si è sancita la  vendita di almeno il 40% a privati dei servizi di un'azienda che appartiene a tutti i cittadini pinerolesi.
Con i soli voti contrari della Federazione della Sinistra, di Italia dei Valori, del Movimento 5 Stelle,  con l'astensione dell'unico  consigliere presente (su 2) della Lista Covato Sindaco  (SEL Ponzio Pilato?), con il voto favorevole del Partito Democratico con l'appoggio al voto dei consiglieri dei Moderati, di Progetto per Pinerolo (PDL), della Lega Nord e dell'indipendente Camusso il consiglio comunale di Pinerolo ha approvato una delibera che prevede  lo smembramento dell'ACEA e la privatizzazione, con quota almeno del 40% con limite  max del 48% ai privati, su due rami (società srl) dell'ACEA (rifiuti e energia/teleriscaldamento) e (quasi unico comune in Italia!!) si da mandato esclusivamente all'organo amministrativo della ACEA S.p.A. (che non mi pare sia l'assemblea dei sindaci) all'eventuale formazione di una società (srl) per la gestione del servizio idrico integrato della quale però (con tempismo inverosimile) si approva già lo statuto (vedasi allegato A). Sull'acqua quindi, "eventualmente" secondo compatibilità economiche stabilite da chi "amministra" (?) l'ACEA, si continua a perpetuare la logica del profitto (logica che è stata invalidata dal secondo quesito referendario), tutto il contrario di una azienda speciale come chiedono i referendari e di come si sta cercando di fare in vari comuni Italiani (Napoli, Provincia di Lecco, ecc...), dove i sindaci, vogliono applicare la volontà dei cittadini espressa con il voto.  Tale delibera, della quale potete scaricare il testo e gli allegati collegandovi ai link che trovate in fondo all'articolo, al momento è stata approvata da vari consigli comunali (probabilmente tutti) facenti parte del bacino ACEA (alcuni comuni  hanno approvato una delibera simile nel mese di marzo 2011 in versione addirittura precedente al referendum ed altri la stessa delibera nel mese di novembre) e da quanto apprendiamo è già stata resa operativa dall'assemblea dei sindaci di ACEA S.p.A.  (con rappresentanza 80% capitale sociale e a quanto si legge scarsa o quasi nulla discussione da parte dei presenti).
Cercherermo come comitato acqua del pinerolese di commentare la delibera, il bilancio 2010 dell'ACEA e le linee programmatiche approvate dall'assembela dei sindaci, nelle prossime settimane (se la "trasparenza" dell'azienda lo permetterà: se verrrano pubblicati i verbali dell'assemblea sul sito aziendale); per adesso a me preme sottolineare come dal punto di vista gestionale e funzionale  il  voto favorevole alla privatizzazione della gestione dei servizi dell'ACEA in consiglio comunale non va a favorire un avvicinamento dei servizi che l'azienda gestisce alle esigenze del territorio di riferimento, anzi, molto probabilmente la disponibilità dell'azienda di mettersi a "servizio" del territorio potrebbe nei fatti uscirne indebolita.
Infatti la trasformazione prevista in holding dell'azienda ACEA industriale S.p.A. affidando a delle controllate la gestione degli impianti (magari gestendo i servizi più onerosi e meno redditizi con “l'appalto a privati”) diminuisce ancora di più il controllo (da alcuni definito già scarso) che i Comuni hanno sull'operato dell'azienda allontanando sempre di più (per via della capitalizzazione e/o finanziarizzazione che richiede indipendenza e ricerca continua di allargamento dell'operatività) la stessa dalle esigenze del territorio di riferimento, aumentando la capacità di costrizione da parte dell'azienda sui Comuni che dovrebbero controllarne il funzionamento, proporne le linee programmatiche e verificare la  capacità di svolgere "bene" i servizi che il territorio  richiede.
Se si vanno a vedere gli statuti delle società, votati nella delibera approvata, si puo' notare che diminuisce la possibilità di esercitare un controllo dal basso (anche da parte dei comuni soci), avere informazioni sull'operato dell'azienda,  sopratutto sulle sue controllate (quelle operative compresa la srl per l'acqua), sul bilancio, sugli utili, sulla loro distribuzione ed anche indirettamente sulle tariffe (costi servizio) e si apre per i vari servizi  la possibilità di un'espansione extra territoriale e di partecipazione in altre società nonchè la possibilità di creare ancora altre specifiche società.
Mi viene qui in mente una frase che ripete sovente Marco Bersani, esponente dei movimenti per l'acqua, che afferma che se si guarda sul dizionario il contrario di "pubblico" è "segreto". Di conseguenza ogni volta che si riduce la sfera di "pubblico" si estende proporzionalmente la sfera del "segreto". Con buona pace dei fautori del pubblico che controlla.
Chi accetta questo passaggio come inevitabile perché oggi le cose devono andare così, perché l'economia richiede queste modalità operative snelle, perchè solo i  manager sono in grado di salvare il bene aziendale meglio addirittura se stanno in consiglio di amministrazione (daltronde i conflitti di  interesse sono cosa superata), non fa altro che porsi all'interno della logica che ci sta portando al baratro quella di un'economia che viaggia per se stessa per far soldi con e per i soldi senza badare al servizio a cui è demandata e tanto meno ai territori.
La sfida oggi, se si vuole veramente costruire qualcosa di solido (quello "sviluppo sostenibile" in grado di garantire un qualcosa di tangibile alle generazioni future) e non castelli di sabbia, passa attraverso una rideterminazione del ruolo di questa azienda spostando il baricentro della gestione verso il basso (non verso l'alto come si sta facendo), vicino al territorio, vicino alle esigenze degli utenti, allargando la partecipazione alla gestione attraverso un coinvolgimento diretto degli utenti, dei lavoratori, dei consigli comunali.
Con questa delibera si va nella direzione assolutamente contraria si asseconda l'obiettivo degli amministratori ACEA di rendersi sempre più indipendenti dalle amministrazioni di riferimento, facendo profitti con le tariffe pagate dagli utenti che devolveranno (in misura maggiore o minore a seconda delle prioritarie “esigenze aziendali” e naturalmente a seconda delle esigenze dei futuri soci privati) alle amministrazioni di riferimento al fine anche di “tacitarle” sulle loro “lamentele” sul servizio. Il tutto a spese ovviamente di chi paga le tariffe. 
Paolo Bertolotti - Coordinatore comitato acqua pinerolo

martedì 20 dicembre 2011

LETTERA AL SINDACO ED AI CONSIGLIERI COMUNALI DI PINEROLO SU PRIVATIZZAZIONE ACEA

Costituzione di nuove società ACEA per «Ciclo dei rifiuti» e «Teleriscaldamento» e selezione dei soci privati di minoranza nelle nuove società.
Il 20 dicembre il Consiglio comunale dovrà esaminare una proposta di modifica di trasformazione dell’Acea da società a capitale interamente pubblico a società mista a pubblico-privato in cui il socio privato disporrà non meno del 40% del capitale.
In quanto «custodi» del risultato referendario che il 12 e 13 giugno avente per oggetto «Servizi pubblici locali di rilevanza economica, vi chiediamo di applicare la decisione di 26 milioni di elettori (di cui16.800 di Pinerolo) di abrogare L’art.. 23 bis del DL 112/2008,con la conseguente abrogazione anche del regolamento (dPR 168/2010).
La decisione referendaria consente ai Comuni o al loro consorzi di mantenere la gestione dei servizi pubblici locali sotto il totale controllo pubblico. Non comprendiamo perciò le ragioni della parziale privatizzazione proposta. Vorremmo infatti capire quali vantaggi avranno gli utenti, i cittadini, i lavoratori dalla nuova gestione del servizio “rifiuti” e “teleriscaldamento parzialmente privatizzato: Minori tariffe, maggiore efficienza, maggiore trasparenza, maggiore partecipazione di utenti e lavoratori alla gestione? Stiamo utilizzando un servizio pubblico che funziona abbastanza bene. perché cambiarne le modalità di gestione? Quali ne sono i benefici pubblici?
Sappiamo bene che, dopo il referendum, è intervenuto l’art, 4 del DL n. 138/2011 (e succ. modifiche) che prevede una sostanziale riproposizione del vecchio art. 23 bis ad eccezione della normativa relativa al Servizio idrico integrato.
Già tre Regioni (Puglia, Marche, Veneto) hanno sollevato eccezione di incostituzionalità di tale normativa. Forse è bene attendere il pronunciamento della Corte prima di decidere la privatizzazione dell’ACEA.
Il Comitato promotore del Referendum appoggia l’iniziativa davanti alla Corte costituzionale e sta anche promuovendo ricorsi anche davanti a Tribunali amministrativi avversi alle decisioni di quei Comuni che non rispettino il voto popolare del referendum. Un azione giurisdizionale che, a livello locale, vorremmo evitare.  La tempistica per la applicazione del art 4 del DL 138/2011 è stata modificata dal DL 201/2011 (Monti) e prevede tempi più lunghi (fino al al 31 marzo) per eventuali adempimenti dei comuni.
Approvando la delibera si rischia di assumere decisioni su cui si dovrà re-intervenire in seguito. Non esiste urgenza per le decisioni. Vi chiediamo perciò di rinviare ogni decisone in merito per consentire attraverso appositi incontri pubblici l’informazione, l’approfondimento e la discussione dei cittadini sul futuro del servizio pubblico oggi gestito dall’ACEA.
Ringraziamo per l’attenzione
p.. Il Comitato Acqua Bene comune – Pinerolo
Paolo Bertolotti
Pinerolo, 18 dicembre 2011

lunedì 19 dicembre 2011

ACEA PINEROLESE VERSO LA PRIVATIZZAZIONE?

A Pinerolo di solito le decisioni "importanti" si prendono in fretta senza far troppo rumore e troppe discussioni (poche righe o niente sui giornali locali, documenti e informazioni ai consiglieri comunali date all'ultimo momento chissà quanto complete, ecc...) magari proprio anche prima di qualche festività o delle ferie. E' notizia fresca che è convocato il 20 dicembre il consiglio comunale della città per decidere su una proposta di trasformazione dell'ACEA (azienda che gestisce acqua, gas, rifiuti, riscaldamento nel pinerolese) da società (Spa) di capitale  interamente pubblico a società mista pubblico-privato in cui il socio privato disporrà non meno del 40% del capitale (si ipotizza sino al 48%). Il tutto in barba ai voti ed ai votanti il referendum dello scorso giugno.  Apriamo qui la discussione su questo "spinoso" argomento  con un articolo Di Luca Beltramone che potete trovare al seguente indirizzo:
http://lucabeltramone.it/2011/12/18/acea-verso-la-privatizzazione-del-teleriscaldamento-e-dei-rifiuti/

ACEA: VERSO LA PRIVATIZZAZIONE DEL TELERISCALDAMENTO E DEI RIFIUTI? 

La nuova disciplina stabilisce che l’affidamento del servizio pubblico locale di rilevanza economica (eccetto il servizio idrico integrato) se superiore a 900.000 Euro, dovrà avvenire alternativamente o attraverso una gestione concorrenziale del servizio o imponendo all’ente pubblico di aprirsi al privato.
Nel primo caso si genererà un mercato concorrenziale in cui accanto al soggetto pubblico opereranno uno o più soggetti privati. Nel secondo caso la gestione del servizio verrà affidata a società miste pubbliche e private. Il socio privato dovrà essere scelto, con gara pubblica, tra soggetti con comprovate capacità ed esperienza nella gestione del servizio e la partecipazione del privato dovrà essere superiore al 40% del capitale sociale.
In base a questo scenario Acea Pinerolese Industriale S.p.A. vorrebbe creare due nuove S.r.l. (una per la gestione del ciclo dei rifiuti ed una per la gestione del teleriscaldamento)attraverso un conferimento di due rami d’azienda.
Data l’importanza dell’operazione mi chiedo perchè il nostro consiglio comunale, entro il 23/03/2011, debba approvare questa operazione di riorganizzazione industriale quando il termine legale è fissato al 31/03/2012. Perchè non è stato dato tempo ai nostri consiglieri di valutare se per l’utente/cittadino non fosse stato meglio generare un mercato concorrenziale? Mi sembra manchi della trasparenza.
Dalla nota integrativa di Acea Pinerolese Industriale S.p.A. compare nel prospetto relativo alla ripartizione dei ricavi per singolo settore di attività che il ricavo derivante dalla gestione del teleriscaldamento, relativo all’esercizio 2010, è pari a 407.174 Euro.
Non essendo superiore al limite di 900.000 Euro non capisco il motivo per cui scorporare questo ramo d’azienda per gestirlo singolarmente rispetto alle altre attività.
Dal punto di vista tecnico attraverso l’operazione di conferimento dei due rami d’azienda nelle due nuove S.r.l., Acea Pinerolese Industriale S.p.A. deterrà il 100% del capitale sociale delle due costituende.
Sarà l’unico socio. Deciderà la strategia relativa all’ingresso del socio privato nel capitale delle due società destinate alla gestione del ciclo rifiuti e del teleriscaldamento. Sulle scelte di politica industriale delle due S.r.l. i Comuni ed in particolar modo il Comune di Pinerolo, principale azionista di Acea Pinerolese Industriale
S.p.A., verranno superati dalla stessa S.p.A. Il Comune di Pinerolo, sulle due nuove S.r.l., verrà privato di decidere in merito:
- all’approvazione del bilancio ed alla determinazione della distribuzione degli utili;
- alla nomina dell’organo amministrativo;
- alla nomina dei componenti del collegio sindacale;
- alla modifica dell’atto costitutivo.
Se il nostro consiglio comunale approvasse l’opzione di aprire la società pubblica al capitale privato perchè non procedere con una scissione dei due rami d’azienda al posto del conferimento?
Il risultato sarebbe il medesimo per quel che riguarda la creazione delle due S.r.l.. La differenza sta nel fattto che la proprietà resterebbe in mano ai Comuni. In questo modo continuerebbero ad essere i Comuni a decidere su: approvazione bilancio e determinazione della distribuzione dei dividendi, nomina dell’organo amministrativo, nomina dei componenti del collegio sindacale e modifiche relative all’atto costitutivo.
E’ vero che col conferimento, per via della disciplina relativa alla direzione e coordinamento, i Comuni eserciterebbero sempre una qualche influenza indiretta sulle attività relative alla gestione dei rifiuti
ed alla gestione del teleriscaldamento. Ma quel che più mi lascia perplesso e che i Comuni perdano la proprietà diretta di due servizi così fondamentali per la collettività.

mercoledì 14 dicembre 2011

Si nega l'esito del referendum sui servizi pubblici. Si sta discutendo di cedere ai privati una parte dei servizi dell’ACEA?

Parte l’iniziativa per il rispetto del voto dei cittadini
Il 12 e 13 giugno scorso 26 milioni di elettori (tra cui 16.800 pinerolesi) hanno deciso, rispondendo SI al primo quesito referendario, l’abrogazione delle norme che regolavano l’affidamento dei servizi pubblici locali. Da allora non solo il servizio idrico integrato, ma anche i rifiuti, il trasporto pubblico locale, il teleriscaldamento devono essere sottratti alla logica del mercato e gestiti  secondo criteri del diritto pubblico.
Purtroppo i Governi Berlusconi e Monti hanno adottato misure che contraddicono la volontà popolare. Entro il 31 marzo 2012  i comuni dovranno deliberare le modalità di affidamento di questi servizi. Già la città di Torino ha iniziato una procedura finanziario- amministrativa che, di fatto, condurrà in poco tempo alla privatizzazione di servizi quali  GTT (trasporti), AMIAT e TRM (rifiuti e inceneritore).
Anche per l’ACEA Pinerolese si prospetta un cammino simile. In discussione sono i rifiuti e il teleriscaldamento. Sembra che si comincerà separando la proprietà, che rimarrà pubblica, dalla gestione, che potrà essere affidata  in parte (sembra il 40%) o tutta a privati.
Il nostro Comitato in quanto promotore dei referendum, si sente «custode» del risultato referendario. Perciò chiede agli enti locali di rispettare pienamente la volontà degli elettori che al 95 % si sono espressi per mantenere la proprietà e la gestione pubblica dei servizi pubblici locali.
In questo senso ci aspettiamo che le amministrazioni comunali decidano il pieno rispetto del risultato del referendum :
- nessuna privatizzazione di servizi pubblici, nemmeno parziale, fondata sulla normativa governativa già impugnata in Corte Costituzionale e che prossimamente sarà impugnata davanti al  TAR del Piemonte,
- trasformazione ACEA industriale SpA in Azienda Speciale di diritto pubblico per sottrarla definitivamente a ogni pericolo di privatizzazione e per garantire tramite adatto statuto una gestione pubblica, trasparente e partecipata da utenti e lavoratori dei servizi pubblici. Scelta da fare se si vogliono ottenere servizi di qualità a costi sostenibili.
- pieno rispetto e conseguente applicazione anche del secondo quesito referendario che abolisce i profitti sull’acqua
Chiediamo inoltre che venga fatta un’ampia consultazione civica anche tramite incontri pubblici sul futuro dei servizi pubblici diversi dall’acqua in modo da informare i cittadini, che, secondo la Costituzione, sono “sovrani”.

                                         p. il Comitato pinerolese acqua pubblica
                                                                             Paolo Bertolotti

Pinerolo 12 dicembre 2011

martedì 13 dicembre 2011

Ecco gli estratti della relazione tenuta dall'economista Roberto Burlando al nostro convegno 
(Convegno GAS Stranamore, Museo del gusto di Frossasco 3/12/2011)


1) Roberto Burlando parla del fallimento della politica populista di destra e della deriva della sinistra che, da una parte è rimasta nostalgica marxista e dall'altra ha inseguito il sogno liberista del mercato come regolatore supremo
http://vimeo.com/33586837


2) Burlando spiega come si debba tornare a concepire una politica pubblica sui beni comuni 
http://vimeo.com/33587432


3) Il concetto di sostenibilità presuppone delle scelte politiche molto chiare che vanno in direzione di una rivalutazione del bene comune (Roberto Burlando)
http://vimeo.com/33587531

4) E' necessario pensare ad altre prospettive di sviluppo che ci consentano di uscire dalla crisi politica, economica ed ecologica (Roberto Burlando)
http://vimeo.com/33587686
5) Non occorre essere rivoluzionari per immaginare altri modelli di sviluppo. Anche la dottrina della Chiesa, con tutte le sue contraddizioni, segna una via di sviluppo alternativa alla deriva liberista che si sta consumando nella crisi contemporanea (Roberto Burlando)
http://vimeo.com/33587964
6) Un sistema di sviluppo che voglia superare il liberismo puro deve per forza puntare su politiche pubbliche forti per evitare il capitalismo della cricca e la speculazione affaristica (Roberto Burlando) 

sabato 10 dicembre 2011

Maxi truffa nel bio: stiamo allerta!

[da aam Terra Nuova] Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla megatruffa che ahimé riguarda anche il settore dei prodotti biologici. La Guardia di Finanza del comando di Verona ha sequestrato oltre 700 mila tonnellate di prodotti alimentari falsamente biologici che venivano commercializzati e scoperto un giro di fatture false per oltre 200 milioni di euro. Sei le persone arrestate.
Gli arresti, disposti dal gip di Verona, sono stati eseguiti a nella città veneta e a Ferrara, Pesaro Urbino e Foggia. L'indagine riguarda una gigantesca frode nel settore della vendita di prodotti biologici e ha portato anche al sequestro di oltre 2.500 tonnellate di merce (frumento, favino, soia, farine e frutta fresca) spacciata per biologica. Secondo le indagini, i sei arrestati hanno immesso sul mercato una quantita' di prodotti falsamente biologici che corrispondono al 10% dell'intero mercato nazionale.
La guardia di finanza di Verona ha scoperto una megatruffa nel settore dei prodotti biologici, sequestrando 2.500 tonnellate di materie prime e 700mila di prodotti alimentari spacciati per "bio" e scoperto un giro di fatture false per oltre 200 milioni di euro. Sei le persone arrestate a Verona, Ferrara, Pesaro Urbino e Foggia: secondo gli investigatori hanno commercializzato una quantità di prodotti pari al 10% dell'intero mercato nazionale.
Il maxisequestro comprende più di 2.500 tonnellate di frumento, favino, soia, farine e frutta fresca, spacciati per biologici e oltre 700mila tonnellate di falsi prodotti alimentari bio commercializzate. Quantitativo pari al 10% del mercato nazionale.
Le fiamme gialle hanno scoperto anche un giro di fatturazione per operazioni inesistenti da oltre 200 milioni di euro. Un volume di transazioni definito "impressionante" dagli stessi investigatori.


 
 

lunedì 5 dicembre 2011

Appuntamenti di dicembre per i Gasisti

Ricordiamo gli appuntamenti di dicembre che abbiamo deciso insieme nell'incontro di novembre (li avete già visti nel verbale di quella riunione, ma qui li ricordiamo e precisiamo):

martedì 6 dicembre alle 21 - Riunione Gas su criteri di scelta produttori
Incontro tra di noi per ragionare insieme sui criteri con cui scegliamo i prodotti ed i produttori. Naturalmente se n'è parlato in diverse occasioni, fin dall'inizio del GAS; adesso vogliamo tirare le fila di tanti ragionamenti, approfittando anche di lavori di approfondimento fatti da altri GAS ed aiutandoci con alcuni materiali che questi ultimi hanno prodotto; li avevamo già inviati, ma li alleghiamo nuovamente, per chi avesse tempo e voglia di guardarli già prima dell'incontro.
Attenzione: non è un incontro puramente tecnico; le schede elaborate sono degli strumenti per aiutarci a gestire il rapporto con i prodotti ed i produttori, ma sollevano domande e problemi che richiedono che ogni GAS prenda le proprie decisioni al riguardo.  
Alcuni di noi nell'ultimo mese hanno partecipato a diversi incontri su questi temi: la giornata finale del nostro percorso "La filiera corta che vorrei" a Frossasco, "La borsa ed i valori" a Torino e l'incontro del coordinamento contadino piemontese ad Asti; sarà anche l'occasione per condividere con gli altri gli elementi utili tratti da quegli incontri. 

Mercoledì 14 dicembre alle 21- Riunione mensile generale GAS Pinerolo stranamore
ordine del giorno prosposto:
1) un produttore presenterà al GAS il suo lavoro: allevamento di trote e lavorazione delle loro carni.
2) assaggeremo dell'olio ligure e delle salse; non ci saranno i relativi produttori, ma quelli di noi che porteranno questi cibi forniranno alcune informazioni al riguardo.

lunedì 21 novembre 2011

Sabato 3 dicembre 2011 convegno finale del ciclo "La filiera corta che vorrei..."


Il convegno che conclude il ciclo degli incontri "La filiera corta che vorrei..." si terrà il giorno Sabato 3 dicembre dalle ore 9,30 alle 18,00 presso il Museo del Gusto  in Via Principe Amedeo 42/A -  Frossasco (To)
Ecco il programma della giornata:

- ore 9,30 Presentazione del convegno da parte del Gas Pinerolo Stranamore con proiezione di un filmato che riassume gli 8 incontri che abbiamo tenuto sul tema della "Filiera corta che vorrei..."

- ore 9,45 Saluti del direttore del Museo del Gusto

-ore 10,00 Dibattito
“Territorio - Agricoltura - Economia. Validità ed opportunità di sviluppo di una filiera corta dei prodotti agroalimentari ” Introduce il prof. Roberto Burlando (Facoltà Scienze Politiche - Università di Torino), intervengono: Andrea Saroldi (Ruolo ed esperienze di filiera dei GAS) i rappresentanti delle istituzioni locali Franco Agliodo (Assessore all'agricoltura Comune di Pinerolo) e altri, i rappresentanti delle Organizzazioni agricole (Codiretti, CIA, Confagricoltura,Asci) ed i  tecnici del settore - Giulio Re (Scuola Malva - progetti filiera corta)
- ore 13,00 Pranzo preparato con i prodotti dei produttori che collaborano con il Gas Pinerolo Stranamore - Durante la pausa pranzo si potranno incontrare i nostri produttori che allestiranno dei banchetti espositivi all'interno del percorso del museo.

- ore 15,30 Dibattito "I GAS l'economia solidale e la filiera corta esperienze a confronto" - Incontro dibattito tra gas nonchè eventuali realtà solidali del pinerolese e non solo. Introduce l'incontro Andrea Saroldi (rete GAS, tavolo Res ecc..) sono previsti interventi da parte di gasisti dei seguenti gas: Gas Pinerolo Stranamore, Gas Valpellice, Gas Perrero, Gas San Secondo di Pinerolo, Desto Ovest (Piossasco Rivalta), invitiamo sin da ora altri gas o realtà solidali della zona (ma anche di Torino e dintorni) ad intervenire a portare la loro esperienza. Sarebbe un inizio per mettere in rete almento le esperienze dei vari gas e conoscerci tra gasisti. 

Invitiamo tutti, gasisti e non solo loro, a partecipare!!! 
 

giovedì 17 novembre 2011

Torino 19-20 Novembre 2011 - La borsa e i valori - Eventi in programma


La Provincia di Torino, in collaborazione con i Gas, organizza due giorni di seminari, fiera e incontri per favorire la conoscenza e le relazioni tra Gas, produttori agricoli e cittadini.
Sabato 19 novembre alla Casa del quartiere di San Salvario (via Morgari 14, Torino) dalle 9 alle 13 seminari sui temi della filiera e della sovranità alimentare con degustazione di prodotti tipici locali.
Domenica 20 presso la sede del Villaggio Olimpico (via G. Bruno 181, Torino, dove arriva la passerella del Lingotto) dalle 9 alle 18 borsa mercato al chiuso con banchetti dei produttori agricoli e dei Gas. Per il pubblico sarà possibile sia incontrare i produttori ed acquistare i loro prodotti che conoscere i Gas e chiedere informazioni.
Saranno condotte delle simulazioni per presentare "dal vivo" come funziona un Gas e come si svolge l'incontro con i produttori. Non mancheranno seminari di approfondimento su progetti specifici, degustazioni ed animazione.
Per i cittadini sarà quindi possibile:
    * conoscere i produttori della provincia di Torino ed i Gas già esistenti
    * ottenere le informazioni di base per creare un nuovo Gas
    * cercare altri cittadini interessati a creare un Gas
    * essere informati su come mangiare sano secondo la qualità e la stagionalità dei prodotti
    * ascoltare progetti nuovi e racconti di progetti andati a buon fine
    * far partecipare i propri bambini ai laboratori

PROGRAMMA DI DOMENICA 20
- ore 10, ore 11 e ore 12
Simulazioni sul funzionamento dei Gas:
ore 14: presentazione arcipelago SCEC
Seminari su esperienze significative dei Gas
* ore 15: Come organizzare una filiera del pane dal campo alla tavola
- modera Flavio Ponsetti (GAS Roccafranca)
- Il progetto "Farina del nostro sacco" (Rosa D'Elia - gruppo DESTovest)
- Una filiera responsabile del pane (bio) in Piemonte, l’esperienza dei GAC (Marco Arnoulet - CRAB)
* ore 16: Il progetto "El But" e la gestione degli ordini collettivi
- il progetto "El But" (Andrea Saroldi - Ass. GAStorino)
- il programma gasdotto per la gestione degli ordini (Pier Carlo Devoti - Gas Roccafranca)
* ore 17: S come Solidale, acquisti attenti al sociale
- a cura dei Gas La Cavagnetta e Gas Avigliana
- con i produttori: Casa Famiglia Budrola, Coop. Amico e la la Sartoria Coop. Il Gelso - Ergonauti

Per partecipare all'evento si raccomanda di portare la borsa della spesa ed i valori di riferimento. Il nostro GAS ha aderito alle giornate ed il punto di incontro / informazioni di Gas Pinerolo Stranamore sarà presso lo stand di Gas Torino e/o presso il banco della Cascina Gardiol nostra produttrice/gasista.


martedì 15 novembre 2011

Mercoledì 30 novembre serata - Basta con la caccia

Serata per raccontare le ragioni del No alla caccia - Mercoledì 30 novembre 2011 alle ore 21 alla Associazione Stranamore di Pinerolo organizzata dalla Lida.


lunedì 14 novembre 2011

La svendita dei servizi pubblici del comune di Torino

Pubblichiamo qui uno stralcio del testo letto dal portavoce del Carp (Coordinamento ambientalista rifiuti Piemonte) alla audizione che la conferenza capigruppo del Consiglio comunale di Torino ha avuto con i comitati dell’acqua e dei rifiuti sul tema della privatizzazione dei servizi pubblici. Il Pinerolese potrebbe essere coinvolto da tale volontà di privatizzazione sopratutto per quanto riguarda la società che si occupa dell'inceneritore (TRM S.p.A.) di cui tutti i Comuni del bacino Pinerolese dei rifiuti (Acea) hanno acquistato delle quote azionarie. I comuni con questa privatizzazione potrebbero ritrovasi come socio un privato invece che il comune di Torino. (Ricordiamo che per statuto (art.8) TRM non potrebbe cedere quote a terzi che non siano enti pubblici della Provincia di Torino ma  pare  che tale vincolo sia stato superato con la recente finanziaria). [Il testo è tatto dal sito di Torino di Rifiuti Zero]
 
[omissis]
 
La Giunta comunale, un organo non elettivo, propone .. o impone …. al Consiglio Comunale di prendere delle decisioni contrarie, appunto, all’esito della consultazione referendaria del 12 e 13 giugno scorso, con ciò espressamente aderendo al “dettato degli articoli 4 e 5 del D.L. 13 agosto 2011 n. 138 convertito in legge 148/2011, la c.d. Manovra di Ferragosto” e così associandosi alla maggioranza al governo nel tradimento della volontà popolare. Tradimento che, si evince nella delibera di Giunta, è commesso in cambio di trenta denari, ossia con la “forte motivazione” di ottenere i fondi che premieranno gli amministratori che arrivino per primi a dismettere partecipazioni nelle società esercenti servizi pubblici locali.
 
Di fronte a un tradimento così enorme come quello del voto di 27 milioni di italiani, passano in secondo piano i tradimenti che i cittadini torinesi subiranno con l’alienazione di TRM S.p.A. ,  AMIAT S.p.A. e GTT in mani private. In particolare, noi che ci battiamo per una buona gestione dei materiali post-consumo, i cosiddetti rifiuti, siamo assolutamente contrari agli impianti che distruggono tali materiali, che essi siano pubblici o privati. E’ però indubbio che con l’alienazione di TRM S.p.A. a un privato (anche nel fittizio limite del 40%) i nostri amministratori rinunciano al controllo sulla gestione dell’inceneritore del Gerbido. E l’abolizione del principio di non coincidenza del soggetto gestore della raccolta con quello gestore dello smaltimento, stabilito dalla legge regionale n. 24 del 2002, rappresenta un’ulteriore perdita di garanzie. Chi deve gestire raccolta e smaltimento e non solo vuole ma è obbligato, per sua natura giuridica, a fare profitto, evidentemente favorirà l’attività che più gli rende (lo smaltimento), indipendentemente dal fatto che la scelta non corrisponda all’interesse della collettività. 
 
Il Consiglio Comunale sta dunque per dar corso a una decisione dettata da pochi, che avrà un impatto fortemente negativo sulla qualità  della  vita di tutti nel prossimo futuro. La cessione a FTC è l’anticamera per la (S)vendita a privati per poi procedere alla completa finanziarizzazione  con l’avvio delle future Holding  .Mentre altri Comuni, come Napoli, stanno studiando come applicare nel modo più accurato e durevole l’esito referendario, la nostra giunta preme perché si attui in tutta fretta, a tappe forzate e tempi contingentati, la Svenditadi aziende che, i cittadini di Torino, hanno costruito e cresciuto negli ultimi cento anni per avere servizi che, per la loro rilevanza non già economica ma di servizi essenziali al benessere della collettività, erano e dovrebbero restare in totale gestione pubblica.
 
I cittadini, anzi, richiedono una gestione partecipata (così prevede, ad esempio, la legge d’iniziativa popolare per l’acqua bene comune, che potrebbe costituire un modello anche per la gestione degli altri servizi), mentre le mega-maxi-multiutility con sedi remote e contatti tramite call-center si pongono agli antipodi di questa visione. In mezzo sta la gestione pubblica attuale, che spesso lascia a desiderare principalmente perché si è già plasmata su modelli privati, anche nella forma giuridica di società per azioni, con finalità estranee alla gestione pubblica.
 
Che cosa, se non una colpevole volontà politica, uniforme e complice da destra a sinistra, impedisce di ricordare che, come sosteneva negli anni Settanta Aldo Pedussia, allora Direttore Amministrativo dell’Azienda Acquedotto Municipale, scopo delle aziende che forniscono servizi essenziali è quello di “estendere a sempre più larghi strati popolari i servizi fondamentali […];  di svolgere azione calmieratrice sul mercato come componente dell’offerta, di far coincidere il più possibile il costo dei servizi con il prezzo, studiando l’opportunità di far profittare di potenziali e possibili utili la massa degli utenti popolari (con le basse tariffe); di essere battistrada dello sviluppo economico (anche a beneficio dell’iniziativa privata), specie nelle zone depresse. Ne deriva che “l’utile di esercizio […]  non entra nel fine dell’azienda stessa, perché rivela una possibilità forse non espletata di riduzione del prezzo o di possibile estensione e miglioramento sociale del servizio. […] Il criterio dell’economicità in un’azienda municipalizzata deve fondarsi sulla stabilizzazione attitudinale a conseguire nel tempo un equilibrio economico e finanziario che si traduca in pareggio di bilancio e contemporaneamente consenta di perseguire le finalità che stanno alla base del servizio”. Eccetera.Non suonano forse esemplarmente ragionevoli anche oggi queste parole, e perfettamente compatibili anche con il patto di stabilità (e se non lo fossero, permetteteci: si tratta forse di un patto con il diavolo, che impedisce una gestione diretta di risorse collettive?). 
 
Si può parlare di patto con il diavolo, se il centrosinistra torinese segue servilmente la manovra finanziaria di un governo privo di qualsiasi autorevolezza e legittimità, fondato sulla compravendita di voti di fiducia. A Torino dovremo davvero vedere un voto favorevole compatto di tutti gli schieramenti su una delibera così abietta? Si otterranno forse i trenta denari pattuiti, ma essi, e il prezzo che l’acquirente finale verserà per acquisire il 40%, sono una goccia nel mare rispetto al debito cittadino di quattro miliardi di euro. E quale buon padre di famiglia, indebitato fino al collo, per rattoppare soltanto il bilancio annuale,  vende i beni dei suoi antenati? Anzi, non vende, svende, perché, qualora molti altri Comuni obbediscano al governo, a marzo 2012 assisteremo ai saldi primaverili delle ex municipalizzate.
 
Sul libero mercato potrebbe scatenarsi la normale legge della domanda e dell’offerta: pochi compratori a fronte di molti venditori. In queste condizioni saranno ovviamente i compratori che determineranno sia prezzi che condizioni di governo delle aziende. E’ bene sottolineare, fra l’altro, che l’operazione si svolge in condizioni di mercato internazionale segnato da una crisi finanziaria tale che dovrebbe imporre cautela; insomma non è certo il momento migliore. FCT potrebbe non recuperare l’investimento per il quale s’indebiterà con le banche e il privato imporrà l’assoluta autonomia gestionale, elemento gravissimo per la condizione di monopolio nell’erogazione di servizi quali quelli in causa.Quindi la sbandierata condizione del Comune di Torino di garanzia per il mantenimento del 60% di capitale e dei possibili elementi di tutela varrà poco/nulla.E dunque, è proprio il caso che la Cittàdi Torino prenda “atto della necessità […] di incrementare il proprio assetto patrimoniale procedendo a questa svendita? Dov’è l’interesse pubblico?
 
Quali sono i vantaggi per i cittadini, tenuto conto che anchela Corte dei Conti ha attestato che nelle varie esperienze italiane (ed estere) di privatizzazione di servizi i vantaggi ventilati non sono stati garantiti Per i cittadini non si prospettano che danni: incremento del debito del Comune qualora il privato compri a prezzi inferiori alla valutazione del 40% le tre aziende; probabili variazioni al rialzo delle tariffe e tagli di personale e/o riduzioni dei servizi; né è detto che il privato effettui gli investimenti per il miglioramento dei servizi. Ma soprattutto, perdita di risorse comuni costruite nel tempo. Pertanto chiediamo al Consiglio Comunale: 
 
1) Di non approvare  questa delibera riguardante  l’operazione di privatizzazione.
2) Che venga avviato un dibattito approfondito, aperto alla partecipazione di tutti i cittadini, nonché dei comitati e delle associazioni, circa il futuro della gestione del Beni Comuni e dei servizi pubblici anche seguendo esperienze virtuose nazionali ed estere

In decisioni di tale portata deve essere coinvolta la cittadinanza in tutte le forme organizzate e non. La società civile “proprietaria del beni collettivi”, deve essere informata e deve potersi esprimere. Per noi i Beni Comuni sono e devono restare veicoli di partecipazione, di unione, aggregazione, socializzazione  e quindi democrazia.

sabato 12 novembre 2011

I beni comuni. Tra governo e governance, gratuità e monetizzazione.

La parola "governance" è entrata ormai nel gergo comune e viene sempre più usata in tutti i campi ed anche e sopratutto in campo economico politico.  Proponiamo qui una particolare analisi del concetto di "governance" tratto da  un saggio di Riccardo Petrella estratto dal libro "La società dei beni comuni" edito da Carta/Ediesse. Un saggio un po lungo, particolare, che tende ad evidenziare come il concetto di "governance" sia stato imposto in funzione di una privatizzazione dei beni comuni  e per giustificare la monetizzazione della natura e della vita.

Mi propongo di concentrare questo contributo su due «questioni di frontiera» che, a mio parere, sono (o dovrebbero essere) al centro del dibattito teorico e politico sui beni comuni nei paesi occidentali. Penso alla tendenza impostasi negli ultimi quindici anni consistente nel parlare di governance anziché di «governo» dei beni comuni. Penso altresì all’adozione quasi generale da parte dei dirigenti occidentali del principio di monetizzazione dei beni comuni al posto del principio di gratuità.
L’uso del concetto di governance risale alla seconda metà degli anni ’70 allorché l’economia occidentale si trovava alle prese con la rincollatura dei cocci del sistema finanziario andato in frantumi nel periodo 1971-73. Il sistema nato nel 1945 essendo ridotto a macerie (fine della convertibilità del dollaro in oro e dei tassi di cambio fissi, fine dei controlli sui movimenti di capitale, esplosione del mercato delle divise, liberalizzazione dei mercati, deregolamentazione e privatizzazione del settore...), gli operatori finanziari, in primis gli istituti di credito e le società di notazione (rating), si confrontavano col problema di determinare i nuovi criteri quantificabili sulla base dei quali valutare le opportunità d’investimento, e soprattutto le operazioni di vendita/acquisto di pacchetti azionari (le famose OPA, fusioni di imprese, prese di partecipazione...). In effetti, la crisi finanziaria provocò dei grossi processi di ristrutturazione delle banche e delle assicurazioni a livello locale, nazionale ed internazionale.

La soluzione, per i gruppi dominanti, fu trovata nel principio «to increase the shareholder’s value». Un’operazione finanziaria era giudicata buona in funzione del suo contributo alla ottimizzazione della crescita di ricchezza per gli azionisti. Si cominciò quindi a sostenere che i processi di ristrutturazione e di sviluppo del nuovo sistema finanziario procedevano in un buon contesto di governance ai vari livelli settoriali e territoriali, nella misura in cui il risultato globale era l’ottimizzazione del valore del capitale azionario. Non per nulla, successivamente, negli anni ’90, si cominciò a misurare l’importanza delle imprese e a stabilirne la graduatoria mondiale in funzione della loro capitalizzazione e non più del numero di occupati e/o del fatturato.

Dalla valutazione delle operazioni finanziarie, il criterio in esame fu rapidamente applicato alla valutazione della gestione generale di qualsiasi impresa (e non solo di quelle quotate in Borsa) e poi esteso alla gestione di un settore industriale od economico, servizi pubblici compresi. Così, verso la fine degli anni ’80, il principio «to increase the shareholder’s value» fu utilizzato, in concomitanza con il principio di competitività, per valutare ogni scelta economica, ivi comprese le scelte economiche e sociali di un governo, per finire nel corso degli anni ’90 col valutare l’intera società (onde la valenza generale del concetto di governance acquisita negli ultimi anni).

A partire dal momento in cui i dirigenti hanno deciso che il valore di una cosa, di un’impresa, di una strategia di sviluppo, dipende dal suo contributo alla creazione di valore per il capitale e per i suoi detentori, è logico che essi siano passati da un uso del principio limitato alla gestione di operazioni finanziarie a quello applicato alla gestione di un’impresa, poi alla gestione dell’economia in generale.

Il che spiega anche la relativa facilità con la quale gli stessi responsabili politici, considerati tradizionalmente rappresentare le correnti di sinistra e progressiste, hanno aderito alla liberalizzazione delle istituzioni e dei servizi finanziari (inclusa la gestione dei fondi pensione e fondi malattia) e poi dell’insieme dei servizi pubblici detti locali, di prossimità, così come alla loro deregolamentazione e privatizzazione.

Questi passaggi sono stati resi possibili proprio per l’egemonia ideologica e culturale assunta dal concetto di governance nella teoria (e nella pratica) dello Stato e della società, come testimonia, già negli anni ’94-95, la comunicazione della Commissione europea, allora presieduta dal socialdemocratico/socialista francese Jacques Delors, sul tema della governance, nella quale la Commissione si schierava a favore dell’adozione del principio di governance.

Fra le ragioni invocate, v’erano due postulati intrinsecamente mistificatori. Da un lato, quello della complessificazione crescente delle società che, nell’avviso della Commissione, implicava l’abbandono dello Stato e della statualità quale luogo naturale e principale dei processi politici ed il loro allargamento a tutti i possibili «centri» di decisione politica definiti gli stakeholders, cioè i portatori d’interesse. Dall’altro lato, il postulato della mondializzazione che, secondo i suoi sostenitori, implicava per la democrazia lo spostamento della decisione politica dagli stati nazionali alla governance vuoi internazionale vuoi mondiale1.

Fondandosi sui due postulati, la governance è stata definita come il nuovo sistema di organizzazione delle decisioni politiche a livello nazionale, internazionale e mondiale basata sull’incontro/dialogo/discussione tra tutti i portatori d’interesse rappresentativi delle varie componenti della società quali gli Stati, le imprese, i sindacati, i cittadini, le collettività locali, le «chiese»... Secondo questa visione, la decisione politica è e deve essere il risultato di accordi e di partenariato tra i vari stakeholders in un contesto di libertà, di cooperazione/competizione, di autoregolazione e di responsabilità «sociale» autoassunta.

Il motore del nuovo sistema di organizzazione politica sta nell’ottimizzazione dell’utilità particolare di ogni stakeholder in termini monetari/finanziari in funzione dell’equazione costi/benefici ai prezzi di mercato. Un’equazione non fissata in maniera generale e per tutti, ma flessibile, variabile a seconda dei luoghi, degli stakeholders in azione, dei tempi, dei settori. La governance non è orientata da un interesse generale, da una utilità collettiva, in funzione dei principi di giustizia, uguaglianza e solidarietà e della concretizzazione dei diritti umani e sociali. Il valore di un bene risulta dalle equazioni provvisorie e parziali che consentono di ottimizzare le utilità degli stakeholders.

In questo contesto, non v’è più spazio né funzione per i beni comuni pubblici. In breve, il governo dell’impresa è stato assunto a modello da seguire per il governo dello Stato e della comunità mondiale.

Il risultato finale di questi spostamenti «tettonici» di natura teorica, ideologica, politica e sociale è stato molto dirompente: – destatalizzazione del potere politico e della politica (lo Stato è ridotto ad uno fra i vari portatori d’interesse, il che fa saltare qualsiasi legittimità generale alla rappresentanza politica espressa dai parlamenti. Questi ultimi non hanno più granché da dire; – privatizzazione del potere politico e sua contrattualizzazione «commerciale» tra soggetti portatori d’interessi particolari; – la responsabilità scade a livello dell’autoregolazione e dell’autocontrollo per cui, per esempio, il politico inter-nazionale non è altro che un processo di negoziato permanente tra soggetti autoregolanti e autocertificanti: vedi il caso macroscopico e ridicolo della famosa «responsabilità sociale delle imprese» e della loro «responsabilità ambientale» o, per quanto riguarda gli Stati, della limitazione spontanea delle emissioni di CO2 o della riduzione, altrettanto spontanea, degli armamenti.

La governance dell’educazione, la governance dei beni naturali, la governance del sistema della salute... sono una pirateria strutturale, un esproprio legalizzato dei beni comuni, della giustizia e della democrazia. È necessario ed urgente che coloro che difendono i beni comuni si battano per l’abbandono dell’uso del concetto di governance. Non farlo, in maniera chiara e determinata, significa diventare complici dei processi recenti di mercificazione dei beni comuni e della loro privatizzazione.


Gratuità vs. monetizzazione

Quanto sopra è stato possibile perché si è imposto di pari passo, in una relazione di reciproco posizionamento di causa-effetto, nell’ambito del crescente predominio della visione capitalista liberale della società e del mondo, il principio cosiddetto della «verità del prezzo» (di mercato).

Fino a non molto tempo fa, il valore dei beni «naturali» indisponibili al mercato (le foreste primarie, la pioggia, le spiagge del mare...) facenti parte intrinsecamente dei beni demaniali dello Stato (o dei Comuni, delle Province), così come i servizi non-mercantili (quali l’educazione, la protezione civile, la salute, la difesa militare, le fognature, i musei...) era un valore di utilità sociale ed umana collettiva, per tutti.

I costi sostenuti dalla collettività per la loro preservazione, produzione, manutenzione ed uso erano presi in carico dalla stessa collettività attraverso la spesa pubblica, finanziata dalla fiscalità generale e specifica. In alcuni casi, la collettività chiedeva ai singoli cittadini o a gruppi di cittadini il versamento di un contributo alla copertura dei costi chiamato tariffa, canone, «biglietto» (tariffa dei francobolli, biglietto dell’autobus o dei treni, canone per il raccordo alla rete elettrica, al gas urbano, alla radio...). Il contributo non aveva la finalità di coprire i costi. Questi restavano principalmente assicurati dalle finanze pubbliche.

Il principio di gratuità dei beni comuni non significa assenza di costi («nessuno paga»!). Significa invece che i costi, molte volte particolarmente elevati (caso della difesa militare) sono presi in carico dalla collettività. La grande conquista sociale rappresentata dall’introduzione nei paesi europei della fiscalità generale redistributiva e progressiva sta proprio nel principio della gratuità dell’accesso e dell’uso dei beni essenziali ed insostituibili per la vita grazie alla copertura comune dei loro costi secondo di principi di giustizia, solidarietà e responsabilità.

Il principio di gratuità, in effetti, è strettamente legato a quelli di responsabilità e di partecipazione (fino ad alcuni anni fa sotto forma indiretta, quella della rappresentazione democratica, via le elezioni dei «deputati» a suffragio universale diretto). È questo principio che ha fatto della Danimarca (ed anche della Norvegia e della Svezia) la «buona società» occidentale del XX secolo, modello per tutte le altre. Il sistema fiscale in Danimarca, piuttosto unico ed originale, fu addirittura dissociato dal sistema del lavoro retribuito.

Il diritto alla vita decente e sociale era garantito a tutti, occupato o no. Da alcuni anni, la Danimarca non è più la società che è stata. Quel che ha reso e rende tuttora il principio di gratuità inaccettabile ai detentori di capitale (ai gruppi dominanti sul piano economico e sociale) è, per l’appunto, il fatto che essi debbano condividere una parte della loro ricchezza «prodotta» per «pagare – gridano – l’accesso all’acqua, alla salute, all’educazione... degli altri, di quelli che non vogliono lavorare, degli immigrati, degli illegali... ecc. ecc.».

Il rigetto della copertura dei costi attraverso la fiscalità e le tariffe pubbliche nel caso dei servizi idrici, dell’accesso alla salute, dei trasporti collettivi... mentre, invece, si accetta il ricorso alla fiscalità per la copertura della difesa militare, si spiega assai facilmente. Mentre la difesa militare si traduce in produzione di beni e servizi che generano fonti importanti di reddito per i detentori di capitali (l’industria militare rende ricchi i privati nazionali ed internazionali), ciò non accade per la produzione di beni e servizi, per esempio, nel campo dell’educazione. Un insegnante elementare, o del secondario, è vissuto – per il capitale privato che paga le tasse – come un costo in assoluto. L’«industria scolastica» non rende ricchi i privati.

Per questo l’economia capitalista parla dell’insegnamento elementare e secondario come di attività lavorative non produttive (il discorso è cambiato recentemente per quanto riguarda le università private specializzate e, più in generale, l’economia della conoscenza ad alto valore aggiunto). Lo stesso vale per la categoria dei burocrati pubblici (a differenza dei burocrati privati che «rendono» finanziariamente). I discorsi e dibattiti sul «costo dei politici» o i «costi della politica» (cui hanno aderito attivamente anche i rappresentanti della sinistra e delle forze dette progressiste) è sintomatico, corrisponde in pieno all’ideologia della governance. Discreditare la funzione del politico ed il ruolo della politica pubblica ha funzionato in maniera efficace in questi ultimi trent’anni.

La monetizzazione dei servizi un tempo pubblici in funzione dell’obiettivo della «verità dei prezzi» si fonda sull’applicazione mistificatrice della teoria dei costi. Il caso della monetizzazione dell’acqua e dei servizi idrici costituisce un esempio illuminante di una serie di mistificazioni legate alla teoria dei costi. L’acqua dei fiumi, delle falde, della pioggia, dicono i dominanti, è un bene comune e resta un bene comune, ma per garantire l’accesso all’acqua potabile c’è bisogno di tubi, di serbatoi, di stazioni di potabilizzazione, di laboratori di controllo della qualità, cioè ci sono dei costi.

A chi spetta coprire i costi? I dominanti affermmano: al consumatore, a colui che ricava un’utilità particolare e personale dal consumo dell’acqua potabile in funzione dei suoi bisogni. Il consumatore, quindi, deve pagare un «prezzo dell’acqua» tale da consentire di recuperare tutti i costi di produzione, compresi i costi d’investimento a lungo termine, più un livello di profitto sufficiente per la remunerazione del «rischio» assunto dal capitale investito.

Si tratta dell’applicazione del «full cost recovery principle», un principio chiave dell’economia capitalista di mercato, fatto suo anche dall’Unione Europea con la Direttiva quadro sull’acqua del 2000. È uno dei principi teorici alla base della governance. Visto che il servizio idrico integrato è «naturalmente» e dappertutto gestito in situazione di monopolio e che, inoltre, ci sarà sempre la necessità vitale di utilizzo dell’acqua potabile, parlare di «rischio capitalista» in questo campo è pura mistificazione.

Inoltre, i dominanti difendono la monetizzazione dei servizi idrici sostenendo che il prezzo di mercato è necessario per garantire l’autonomia finanziaria degli operatori del settore e sganciarli così dal finanziamento pubblico riducendo la spesa pubblica e quindi la pressione fiscale sul capitale privato, il che rappresenterebbe, secondo loro, un buon indicatore di una governance riuscita. Anche qui, la mistificazione è particolarmente grave. Non solo si estrae l’accesso ad un bene/servizio essenziale per la vita (in questo caso, l’acqua) dal campo dei diritti, ma si afferma che i diritti umani e sociali hanno un prezzo di mercato e che essi si vendono e si comprano! La mercificazione della vita non poteva essere più esplicita.

Inoltre, ci si fa burla del cittadino. Non solo lo sganciamento del servizio idrico dal finanziamento pubblico alleggerisce la responsabilità del contribuente ricco, ma addirittura lo scarico sul consumatore del finanziamento stesso si traduce nell’affidare al cittadino ridotto a consumatore il compito di finanziare la creazione di ricchezza per i detentori privati di capitale. Il che è assurdo, oltreché ridicolo: per avere accesso ad un bene/servizio che non sceglie, perché ne ha la necessità vitale, e che ad ogni modo la società/la comunità deve garantire, il «cittadino» di oggi deve contribuire all’aumento della ricchezza del capitale privato.

Infine, i dominanti sostengono che quel che il consumatore paga versando il prezzo dell’acqua non è l’acqua ma i servizi resi. Quindi, non vi sarebbe alcuna privatizzazione e mercificazione dell’acqua. Tutt’al più, dicono, v’è mercificazione e privatizzazione dei servizi idrici. Se ciò fosse vero, il che non è, perché HERA pagherebbe per l’acquisto dell’acqua da Romagna Acque che gliela vende al prezzo dell’acqua grezza? E di cosa si deve parlare se non di mercificazione e di privatizzazione dell’acqua allorché l’Acquedotto pugliese compra l’acqua da Lucania Acque e da Campania Acque pagando dei prezzi dell’acqua grezza differenti a seconda della regione di vendita?

Il caso della monetizzazione dell’aria e delle foreste rappresenta altre varietà di mistificazione. I gruppi dominanti hanno accettato nel 1992 che si parlasse di un «protocollo di lotta contro il cambio climatico» a condizione che i costi connessi alla riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra (GES) fossero coperti attraverso i meccanismi di mercato, in funzione della quantità consumata da ciascun paese, da ciascun settore e da ciascuna impresa rispetto alla quantità massima autorizzata. Così è nato il Protocollo di Kyoto (1997) basato sul «mercato delle emissioni»: c’è chi compra la quantità di GES di cui ha «bisogno» e che supera quella autorizzata e chi vende la quantità di GES non emessa inferiore a quella autorizzata.

Il «mercato dell’aria» è nato. I suoi fautori continuano a difenderlo solo per interesse ideologico ed economico (tutto deve essere mercato) anche se oramai è evidente che il meccanismo del prezzo delle emissioni produce effetti perversi che non gli hanno permesso di contribuire alla soluzione del problema. Come il prezzo mondiale del petrolio non ha risolto alcun problema energetico ed economico – il contrario è vero –, così il prezzo mondiale della tonnellata di CO2 non permetterà di risolvere il problema della lotta al riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Pretenderlo è mistificazione da menzogna.

Lo stesso vale per la decisione presa nel 2002 a Johannesburg di monetizzare le foreste primarie. Queste non saranno salvate dalla traduzione in dollari o in euro o in yuan del loro valore, misurato in questo caso in termini del loro contributo alla riduzione dei costi connessi alla lotta contro le emissioni di GES. A parte il fatto che le foreste primarie hanno un valore perché esistono e fanno parte del ciclo integrale della vita sul pianeta, non sarà per il fatto che le azioni dei loro proprietari figureranno istantaneamente sui principali indici borsistici mondiali che esse saranno valorizzate, protette e conservate nell’interesse della vita del pianeta.

Ha forse il prezzo borsistico del grano, del frumento, del riso contribuito ad un migliore governo di questi beni essenziali all’alimentazione della popolazione mondiale? Certamente no. Così dicasi dei medicinali non generici prodotti a partire dall’appropriazione privata da parte delle grandi compagnie chimiche e farmaceutiche multinazionali del capitale biotico esistente nelle foreste primarie. Nel caso del trattamento contro l’AIDS, la monetizzazione del capitale biotico ha soprattutto agevolato un prezzo elevatissimo della triterapia impedendo così a milioni di esseri umani affetti dall’AIDS di essere curati.

La «verità del prezzo» di mercato applicata ai beni comuni pubblici è semplicemente un furto. È tempo, quindi, di abbandonare la monetizzazione dei beni comuni pubblici e di reinventare sistemi basati sul principio di gratuità partendo da forme organizzate a livello locale (da qui l’importanza dell’economia di prossimità, dei circuiti corti) fino al livello mondiale (attraverso forme di transnazionalità e di transterritorialità che restano da immaginare, definire ed implementare). Di nuovo, il principio di partecipazione dei cittadini e quello di responsabilità collettiva condivisa assumono un ruolo centrale determinante.

giovedì 10 novembre 2011

26 Novembre Manifestazione nazionale per il rispetto dell'esito referendario


PER IL RISPETTO DELL'ESITO REFERENDARIO, PER UN'USCITA ALTERNATIVA DALLA CRISI


Il 12 e 13 giugno scorsi la maggioranza assoluta del popolo italiano ha votato per l'uscita dell'acqua dalle logiche di mercato, per la sua affermazione come bene comune e diritto umano universale e per una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico. 

Un voto netto e chiaro, con il quale 27 milioni di donne e uomini, per la prima volta dopo decenni, hanno ripreso fiducia nella partecipazione attiva alla vita politica del nostro paese e hanno indicato un'inversione di rotta rispetto all'idea del mercato come unico regolatore sociale.
Ad oggi nulla di quanto deciso ha trovato alcuna attuazione: la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua continua a giacere nei cassetti delle commissioni parlamentari, gli enti locali - ad eccezione del Comune di Napoli - proseguono la gestione dei servizi idrici attraverso S.p.A. e nessun gestore ha tolto i profitti dalla tariffa.
Non solo. Con l’alibi della crisi e dei diktat della Banca Centrale Europea, il Governo ha rilanciato, attraverso l’art. 4 della manovra estiva, una nuova stagione di privatizzazioni dei servizi pubblici locali, addirittura riproponendo il famigerato”Decreto Ronchi” abrogato dal referendum.
Governo e Confindustria, poteri finanziari e lobbies territoriali, resisi conto che il popolo ha votato contro di loro, hanno semplicemente deciso di abolire il popolo, producendo una nuova e gigantesca espropriazione di democrazia.

IL RISULTATO REFERENDARIO DEVE ESSERE RISPETTATO E TROVARE IMMEDIATA APPLICAZIONE

Per questo, il movimento per l’acqua si prepara a lanciare la campagna nazionale “Obbedienza civile”, ovvero una campagna che, obbedendo al mandato del popolo italiano, produrrà in tutti i territori e con tutti i cittadini percorsi auto organizzati e collettivi di riduzione delle tariffe dell’acqua, secondo quanto stabilito dal voto referendario.
Quello che avviene per l’acqua è solo il paradigma di uno scenario più ampio dentro il quale si colloca la crisi globale. Un sistema insostenibile è giunto al capolinea. I poteri forti invece di prenderne atto invertendo la rotta, ne hanno deciso la prosecuzione, attraverso la continua restrizione del ruolo del pubblico a colpi di necessità imposte dalla riduzione del debito e dai patti di stabilità, la consegna dei beni comuni al mercato, tra cui la conoscenza e la cultura, lo smantellamento dei diritti del lavoro anche attraverso l'art. 8 della manovra estiva, la precarizzazione dell’intera società e la conseguente riduzione degli spazi di democrazia.
Indietro non si torna. Dalla crisi non si esce se non cambiando sistema, per vedere garantiti: il benessere sociale, la tutela dei beni comuni e dell’ambiente, la fine della precarietà del lavoro e della vita delle persone, un futuro dignitoso e cooperativo per le nuove generazioni. 
Un altro modello di società è necessario per l’intero pianeta. Insieme proveremo a costruirlo anche nei prossimi appuntamenti internazionali, come la conferenza sui cambiamenti climatici di Durban di fine novembre e a Marsiglia nel Forum Alternativo Mondiale dell'acqua a Marzo 2012. 

Siamo vicini ai popoli che subiscono violenze, ingiustizie e vengono privati del diritto all’acqua come in Palestina, di cui ricorre il 26 novembre la Giornata internazionale di solidarietà proclamata dall’Assemblea della Nazioni Unite.

Per tutti questi motivi il popolo dell’acqua tornerà in piazza il prossimo 26 novembre e invita tutte e tutti a costruire una grande e partecipata manifestazione nazionale.

Vogliamo che sia il luogo di tutte e di tutti, da qui l’invito a costruirlo insieme, come sempre è stata l’esperienza del movimento per l’acqua. Un movimento che ha sempre praticato la radicalità nei contenuti e la massima inclusione, con modalità condivise, allegre, pacifiche e determinate nelle forme di mobilitazione, considerando le une inseparabili dalle altre.
Per questo, nel prepararci a costruire l’appuntamento con la massima inclusione possibile, altrettanto francamente dichiariamo indesiderabile la presenza di chi non intenda rispettare il modo di esprimersi di questa ricchissima esperienza.
Vogliamo costruire una giornata in cui siano le donne e gli uomini di questo paese a riprendersi la piazza e la democrazia, invitando ad essere presenti tutte e tutti quelli che condividono questi contenuti e le nostre forme di mobilitazione, portando le energie migliori di una società in movimento, che, tra la Borsa e la Vita, ha scelto la Vita.
E un futuro diverso per tutte e tutti.

Promuove: Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

Per partecipare alla manifestazione di Roma dal Pinerolese ci si aggrega al Comitato Provinciale  Torinese che organizza un pulman che parte da Torino la sera del 25 novembre (venerdì) con ritorno nelle prime ore del mattino del 27 novembre (domenica). Per prenotazioni e informazioni scrivere una mail al comitato di Torino info@acquapubblicatorino.org  oppure telefonare cell: +39 388 85 97 492